Nello sciopero imminente e globale

di Paola Rudan (da il Manifesto)

A proposito di «Femminismo per il 99%. Un manifesto» (Laterza) scritto da Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser dell’International Women’s strike

Quando milioni di donne in tutto il mondo scioperano contro la violenza maschile al grido «non una di meno!» trascinando con sé chiunque aspiri a combattere lo sfruttamento, il razzismo e l’oppressione, il femminismo deve essere ripensato per essere all’altezza di un processo senza precedenti. Femminismo per il 99% (Laterza, pp. 85, euro 14), il manifesto (così recita il sottotitolo) scritto da Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser, intellettuali e attiviste dell’International Women’s strike statunitense, cerca di rispondere a questa sfida attraverso undici tesi che possono essere efficacemente sintetizzate in una: oggi il femminismo è il movimento sociale globale che ha la forza per contestare radicalmente la società del capitale. La «nuova ondata femminista» ha «reinventato lo sciopero» portando al centro della battaglia politica la «riproduzione sociale», ovvero l’insieme di attività di «produzione di persone» che sono tanto l’indispensabile fondamento dell’accumulazione, quanto nascoste e svalorizzate. Lo sciopero femminista ha portato alla luce il nesso indissolubile tra il dominio del capitale e la violenza maschile, la divisione sessuale del lavoro, la disciplina della sessualità, gli attacchi all’aborto, il razzismo istituzionale, la devastazione ambientale. Lo sciopero femminista, perciò, trasforma la lotta di classe, che non si esprime più solo nelle battaglie per il salario, ma in tutte quelle rivendicazioni che riguardano la riproduzione della vita e le sue condizioni politiche e sociali. Il neoliberalismo esaspera la contraddizione strutturale della società capitalistica – che depreda le risorse umane e naturali necessarie alla propria riproduzione senza alcun risarcimento – innescando una crisi senza precedenti. Da questa crisi può risultare una ristrutturazione orientata al profitto, oppure una trasformazione radicale della società.

DI FRONTE A QUESTO «BIVIO», le autrici indicano il sentiero di un «anticapitalismo femminista» che, attraverso il movimento globale dello sciopero, può trovare la forza per «spezzare le alleanze esistenti» e occupare il «vuoto di leadership e di organizzazione» determinato dalla crisi della società capitalistica, un vuoto che ha generato una presa di distanza di massa dai partiti che – a destra e a sinistra – hanno sostenuto le politiche neoliberali. La prima alleanza da spezzare è quella tra chi ha subito quelle politiche e il «neoliberalismo progressista», che persegue l’emancipazione di pochi al prezzo dell’oppressione e dello sfruttamento della maggioranza. La seconda è quella con il «populismo reazionario», che spaccia soluzioni razziste, «etnonazionaliste», patriarcali e omofobiche alla crisi e in questo modo legittima i rapporti di subordinazione di cui il capitale si serve per la sua riproduzione. Il femminismo per il 99% ha invece il compito di mostrare che la crisi è «nel Dna» della società capitalistica, e che quindi essa può essere «risolta» soltanto attraverso una trasformazione radicale di questa società. Per essere all’altezza della crisi presente, il femminismo deve essere per il 99%, dando espressione alle molteplici differenze che sono messe al lavoro e che lottano all’interno della riproduzione sociale. Mentre opera per frantumare le alleanze esistenti, il femminismo deve perciò favorire l’«alleanza di tutti quei movimenti che sostengono il 99%»: ambientalisti, antirazzisti, antimperialisti, queer, per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

IL 99% diventa così per le autrici il nome della maggioranza depredata e oppressa, ovvero di una «classe lavoratrice globale», una «classe universale», in cui non sono cancellate, ma si esprimono politicamente, le differenze prodotte e riprodotte dal capitale. L’universalismo che il manifesto di Arruzza, Bhattacharya e Fraser invoca acquisisce forma e contenuto dalla molteplicità delle lotte. Le politiche sociali che esso propone dovrebbero perciò superare i limiti del modello socialdemocratico, del quale soltanto una porzione della classe operaia occidentale ha potuto beneficiare, per «riorganizzare il rapporto sociale con accordi che diano la priorità alle vite delle persone e non al profitto».
Le autrici non chiariscono chi dovrebbe gestire queste politiche sociali realmente universali. In più passaggi l’agente di questa redistribuzione sembra essere lo Stato, che tuttavia, come loro stesse osservano, negli ultimi decenni è stato privato dal neoliberalismo di qualsiasi autonomia. Se certamente sono necessarie misure di redistribuzione e sostegno alla riproduzione, come pure porsi il problema di «chi decide» sulla redistribuzione del prodotto sociale, risulta perciò complicato invertire la tendenza di questa trasformazione globale dello Stato, soprattutto se si registra la distanza che il femminismo dello sciopero ha mantenuto da ogni ipotesi elettorale. Questa distanza non è semplicemente determinata dalla diffidenza verso il sistema dei partiti, ma proprio dalla dimensione transnazionale del movimento dello sciopero, con cui l’internazionalismo proposto dalle autrici è chiamato a confrontarsi. La centralità che il volume riconosce al lavoro migrante impone di considerare le donne e gli uomini migranti non solo come gli oggetti delle politiche razziste degli Stati, ma come soggetti di una libertà di movimento che impedisce la chiusura dello Stato all’interno dei suoi confini nazionali e che sono la quotidiana evidenza del piano transnazionale su cui si articolano tanto i processi di produzione e riproduzione sociale, quanto la loro contestazione.

DI FRONTE alla molteplicità e alle differenze delle soggettività che attraversano il movimento femminista, il problema della loro alleanza – o, potremmo dire, della loro connessione – è in ogni caso un problema reale. È evidente che l’incontro non è necessariamente pacifico, e che il femminismo deve cioè sapere che l’alleanza non può essere semplicemente la registrazione di una comune oppressione, ma deve produrre una dinamica che modifica radicalmente i soggetti in campo e le loro rivendicazioni. Il femminismo dello sciopero ha travolto le forme organizzative esistenti, al punto da essere considerato da alcuni potenziali alleati come una «minaccia». Lo dimostra la reazione dei principali sindacati al progetto dello sciopero femminista: in Italia e in molti altri paesi, essi hanno rivendicato il monopolio dello sciopero negando il proprio appoggio al movimento delle donne, che tuttavia come lavoratrici e attiviste sindacali stanno lottando per lo sciopero contro la direzione politica delle loro strutture.

IL FEMMINISMO dello sciopero, perciò, riesce a stabilire delle connessioni nel momento in cui indica una politica della rottura dello stato di cose presente. Rifiutando di essere violentate e oppresse, le protagoniste dello sciopero sono partite dalla propria condizione particolare mostrando la sua rilevanza globale, hanno portato alla luce il conflitto sessuale che divide la società del capitale e reclamato uno schieramento. Al grido di Non una di meno, esse hanno dato voce alla maggioranza perché hanno trasformato la lotta contro la violenza maschile nell’occasione per prendere posizione e affermare una pretesa di libertà contro tutte le forme di oppressione e sfruttamento.
Lo sciopero femminista non è soltanto una risposta alla crisi innescata dalle catastrofiche contraddizioni del capitale, ma è esso stesso una causa della sua crisi e la approfondisce. Esso è un movimento di massa che esprime il rifiuto delle condizioni politiche e sociali in cui la società del capitale obbliga la riproduzione della vita. Per questo lo sciopero femminista continua ad alimentare un processo espansivo di politicizzazione e schieramento, un’accumulazione di forza che il prossimo 8 marzo troverà il suo picco di visibilità in tutto il mondo. Per questo, esso davvero «nutre il nostro spirito con l’euforia della rivolta».

[La versione integrale di questa recensione è pubblicata su connessioniprecarie.org]

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