#PagineCritiche - Le 11 tesi per un femminismo al 99%, mai soddisfatto fino a quando la libertà del singolo non sarà libertà per tutti e tutte

Da CriticaLetteraria di Federica Pritivera

Lo slogan «non una di meno»che trascina le masse di manifestanti in tutto il mondo, è un modo alternativo per spiegare il significato della cifra presente nel titolo del saggio Laterza che fino all’8 marzo sarà pubblicato in contemporanea in diversi paesi del mondo (Regno Unito, Francia, Spagna, America Latina, Romania, Turchia, Svezia, Brasile, Sud Corea). Femminismo per il 99%. Un manifesto è scritto da Cinzia ArruzzaTithi Bhattacharya Nancy Fraser, intellettuali e membri dell’International Women Strike. Un gruppo di donne orientate, radicalmente convinte e il cui attivismo sembra essere l’unica soluzione per reinventare il concetto di femminismo e liberarlo dal giogo dell’assetto economico odierno.



La base ideologica delle undici tesi è infatti il superamento del capitalismo che ha generato contraddizioni e disuguaglianze sociali sin dal suo avvento. La risposta delle autrici alla crisi generalizzata ed endemica della nostra società è un femminismo al 99%, cioè globale e dalla parte di tutti i soggetti deboli che vi fanno parte. Il punto di partenza per questa radicale riflessione è stato l’inizio degli scioperi femministi in Polonia Argentina nel 2016, ispirazione per altri movimenti internazionali come #TimesUp#WeStrike o #NiUnaMenos. Lo sciopero femminista ha reinventato il concetto di manifestazione di piazza, mettendo in luce una doppia valenza dell’astensione dal lavoro delle donne. Le manifestanti non si rifiutano soltanto di prestare la loro giornata di servizio per il lavoro salariato, ma scioperano anche dalle attività di riproduzione sociale di cui il capitalismo le ha investite senza tutelarle. Per riproduzione sociale si intende il processo di creazione di individui, il loro sostentamento e la loro cura al fine di generare la forza lavoro di cui il capitalismo ha bisogno per produrre profitto. Rifiutando di cucinare o di accompagnare i figli a scuola, le donne vogliono richiamare l’attenzione sul dominio del capitale, la violenza maschile, la divisione sessista del lavoro, il razzismo, gli attacchi all’aborto, la devastazione ambientale. Inoltre, la loro astensione mette in luce la contraddizione insita della prima risposta femminista al capitalismo: il femminismo liberista ha fallito perché ha fatto sì che solo l’1% della popolazione accedesse ai piani alti dell’economia (facendo coincidere, quindi, il godimento dei diritti con un aumento di beni posseduti e di prestigio sociale) a scapito della restante maggioranza di deboli, perlopiù donne immigrate o di colore, a cui viene affidata la cura della famiglia delle manager di successo (ipocritamente dichiaratesi femministe) senza alcun tipo di tutela.


Di fronte a questa crisi, le autrici propongono il loro manifesto per un femminismo anticapitalista, ispirato al Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels e al tempo stesso superandolo e ricontestualizzandolo, grazie alla memoria storica di 170 anni di soprusi e violenze sociali. Le loro posizioni mirano ad occupare il vuoto lasciato dalle femministe liberali in uno stato di crisi generalizzato, con l’obiettivo di combattere, con ispirazione di sinistra ma rifiutando qualunque eccesso di qualsivoglia schieramento politico, sia il già citato neoliberismo progressista che persegue l’emancipazione di pochi dimenticando il 99% della popolazione, sia il populismo reazionario che propugna soluzioni omofobe, razziste e etnonazionaliste in nome della sicurezza e della legittimità.


Il manifesto di Arruzza, Bhattacharya e Fraser, che dichiara sin dall’inizio di non essere una soluzione definitiva ma di essere alimentata dai cambiamenti continui della società, è una chiamata alle armi di tutti i movimenti che lottano in nome dell’universalità: ambientalisti, LGBTQ+, antirazzisti, per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, per l’edilizia popolare, per un welfare giusto e generalizzato. Il 99% è la maggioranza della popolazione che non vive nelle torri eburnee della società e che ha subito i soprusi da parte di chi, in quelle torri, ci vive e da cui comanda; i modelli socialdemocratici che hanno provato a rispondere alle disuguaglianze non bastano, dato che a beneficiarne è stata solo una piccola porzione della classe operaia occidentale. La lotta deve essere dura e senza esclusione di colpi fino a quando la democrazia tutelerà la libertà del singolo calibrandola sulla libertà per tutti e per tutte.