COSA SERVE ALLE DONNE? UN FEMMINISMO PER IL 99%

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Un movimento che parte da una critica radicale al capitalismo e vuole essere internazionalista, ambientalista e antirazzista. Ecco il manifesto

 

Il giorno dell’8 marzo 2017, in cui si è svolto il primo sciopero internazionale delle donne, probabilmente può essere riconosciuto come la data di inizio di una nuova ondata di femminismo: quella del femminismo per il 99%, che difende i diritti delle donne, ma è anche internazionalista, ambientalista e antirazzista.

Che cosa sia il femminismo per il 99%, lo spiega il manifesto pubblicato in un volumetto edito da Laterza. Lo hanno scritto tre docenti universitarie che lavorano negli Stati Uniti: Cinzia Arruzza (New School for Sociale Research, New York), Tithi Bhattacharya (Purdue University), Nancy Fraser (New School for Sociale Research, New York).

 

LA CRITICA AL FEMMINISMO LIBERALE. L’idea del femminismo per il 99% nasce da una critica radicale al capitalismo e al “femminismo liberale” che in esso è nato, si è sviluppato ed è rimasto incastrato, diventando alla fin fine complice del neoliberismo. Quel neoliberismo che erode la sanità pubblica, rende precario il lavoro e incerte le pensioni, più costosa la scuola e l’istruzione e che mette perfino in discussione il diritto alla casa. La domanda è: che senso ha rivendicare i diritti delle donne, in questo contesto?

Il femminismo liberale ha prodotto il risultato che, a fronte di poche donne in carriera, che riescono a scalare i vertici delle istituzioni, dei luoghi di lavoro, della vita pubblica, c’è la grande massa delle donne (il 99%, appunto) la cui vita peggiora. Il manifesto su questo punto è radicale: è come se si fosse perseguita una “pari opportunità di dominio”, con la conseguenza che «si chiede alle persone comuni, in nome del femminismo, di essere grate che sia una donna e non un uomo a mandare a rotoli il loro sindacato, a ordinare a un drone di uccider i loro genitori o a richiudere i loro figli in una gabbia del Messico».

 

LA BATTAGLIA PER LA GIUSTIZIA SOCIALE. In altre parole: che te ne fai della possibilità teorica di fare carriera, se nei fatti sei precaria e sottopagata; sei respinta perché straniera o discriminata perché nera; ti ammali perché l’ambiente è inquinato; sei costretta a scappare da guerre di cui non capisci le ragioni?

Per questo, secondo il manifesto, è necessario mettere in campo un femminismo per il 99% «collegandosi con i militanti antirazzisti, con gli ambientalisti, con gli attivisti per i diritti dei migranti e dei lavoratori»:  le radici del femminismo sono nelle battaglie per la giustizia sociale.

La critica al capitalismo si articola in una serie di tesi, che toccano diversi aspetti della vita individuale e sociale: il capitalismo è oppressivo perché ha separato la “riproduzione sociale” dalla produzione per il profitto, assegnando la prima alle donne e la seconda agli uomini;  usa la violenza di genere, e altri tipi di violenza, come strumento di controllo sociale; cerca di regolare la sessualità in modo che sia funzionale all’individualismo, alla vita domestica e al consumo di merci; è nato da una cultura razzista e coloniale; è alla base della crisi ecologica in atto; è incompatibile con la pace e con la vera democrazia.

Per questo il femminismo per il 99% «mira a unire i movimenti per la giustizia sociale esistenti e futuri in una ribellione globale di massa».

Il testo è agile da leggere, forse in alcuni passaggi un po’ troppo ideologico, ma sicuramente stimolante: potrebbe davvero aprire nuove prospettive a un movimento femminista che appare oggi un po’ stanco.