Nancy Fraser: Una su cento ce la fa (a schiacciare le altre 99)

Repubblica

Il femminismo che oggi piace tanto alle donne in carriera è funzionale al capitalismo più becero. Lo sostiene la filosofa americana – autrice con Cinzia Arruzza e Tithi Bhattacharya del libro “Femminismo per il 99%” (Laterza) – che invita tutti gli sfruttati a unirsi.


intervista a Nancy Fraser di Francesca De Benedetti, da il Venerdì di Repubblica, 30 agosto 2019


Avete mai pensato al femminismo come a una lotta per la vita? Per la sopravvivenza delle donne, certo, ma pure della società e del pianeta. La filosofa Nancy Fraser ne ha fatto un manifesto: vuole un femminismo «del 99 per cento», invoca una Internazionale di prevaricati e sfruttati. “Donne di tutto il mondo unitevi”. Ma non solo fra voi:

«Unitevi agli anti razzisti, a chi lotta per il pianeta, ai radicali che mettono in discussione il sistema. La crisi non è mai stata così seria: siamo nelle mani di un capitalismo cannibale. Pur di accumulare, spolpa fino all’osso le nostre risorse, senza però rigenerarle».


Il sistema raccoglie, ma non semina. Da quando per lei il femminismo è questione di vita o di morte?


«Negli ultimi dieci anni ho speso libri e parole per avvertire che il femminismo è stato“corrotto”dal neoliberismo. Dicevo: non date retta alle varie Sheryl Sandberg (la direttrice di Facebook, ndr). Vi incitano a far carriera e a “farvi avanti” (“lean-in”, è lo slogan di Sandberg), ma sulle spalle di altre donne, sottopagate, spesso migranti, alle quali subappaltate i lavori di cura (e su quel 99 per cento di sfruttate voi vi appoggiate, “lean-on”). È un “femminismo elitario”, individualista e funzionale al sistema: l’1 per cento rompe “il soffitto di cristallo”, le altre rimangono indietro».


Questo è da tempo ciò che pensa. Di recente però c’è stata una svolta, anche nella sua vita.


«Fino a ieri avevo fatto teoria: a parte il mio impegno con la New Left negli anni 60 e 70, ho sempre insegnato all’università, a NewYork. Ora ho deciso di scendere dalla torre d’avorio e di indossare i panni dell’attivista, perché siamo in una crisi paragonabile a quella degli anni 30. La vittoria dei vari Trump, Salvini, Bolsonaro mi ha dato la sveglia: con Occupy Wall Street sembrava che la gente stesse iniziando a capire quanto sia distruttivo il capitalismo. Ma ora il pericolo è doppio: da una parte il femminismo delle élite e dall’altra il populismo reazionario. Ed entrambi si appropriano delle energie ribelli e fagocitano la spinta al cambiamento. A momento cruciale serve risposta radicale. Non basta più la teoria. Perciò ho firmato con Cinzia Arruzza e Tithi Bhattacharya il manifesto “Femminismo per il 99%”».


In Polonia, negli Usa, in Italia assistiamo a un assalto di quello che lei chiama “populismo reazionario” al diritto all’aborto: sotto attacco ci sono tutte le donne, no?


«C’è un tentativo violento della destra di cancellare il diritto delle donne di autodeterminare la propria fertilità. Ma il conservatorismo è l’altra faccia del progressismo liberista: né l’uno né l’altro mettono in discussione il sistema capitalista. Esempio: la Facebook di Sandberg offre alle dipendenti il congelamento degli ovuli. L’idea è:“Dateci i vostri anni migliori, dedicate i 30, 40, 50 a far carriera; quando sarete meno produttive, fate figli”. Il diritto all’aborto da solo non garantisce emancipazione e giustizia riproduttiva: servono equità, welfare. Il tema della riproduzione biologica è solo un aspetto di quello che chiamo “assalto alla riproduzione sociale”, che è un assalto a tenaglia. Da una parte, le istituzioni finanziarie spingono per un disinvestimento nella spesa social, dall’altra il sistema spinge perché sempre più donne lavorino, ma mal pagate e insicure. In questo modo, come si foraggiano le attività necessarie a rigenerare una società? Allevare, accudire, educare, rifocillarsi; restituire vita, energie e risorse ai lavoratori e a un pianeta sempre più depredati ed esausti. Il femminismo del 99 per cento rivendica il pane e le rose».


Lei dice che il capitalismo, pur di fare ancora profitti nel breve termine, sta decretando il suicidio suo, della società e del pianeta. Qual è la logica, ammesso che ce ne sia una?


«Il sistema capitalista ha contraddizioni intrinseche che in tempi di crisi esplodono. Una è la tendenza al free riding, l’atteggiamento opportunista: il capitalismo “sfrutta” le attività di riproduzione sociale, che gli sono indispensabili poiché nessuna produzione, scambio o profitto è possibile senza che qualcuno svolga il lavoro sociale di far nascere nuove generazioni, educarle, prendersene cura. Allo stesso tempo però liquida queste attività come questioni di famiglia, private: le pretende, ma non vuole assumersene i costi. Si comporta così pure con la Terra: estrae materiali ed energia ma non spende per rigenerare risorse e ambiente. O con la politica: spolpa i beni pubblici, genera complessità ma non sostiene forme di governance adeguate. Oggi il capitalismo pur di rincorrere profitto e accumulazione, si sta “cannibalizzando”: la crisi non è sociale, economica o ambientale, ma generale, dell’ordine sociale».


La proposta di un “universal basic income” o il dilagare dell’automazione lasciano intendere che la Silicon Valley voglia “riplasmare” il sistema. Con quali effetti?


«L’intreccio tra SiliconValley e Wall Street cambia faccia al capitalismo, ma non ne allevia affatto le contraddizioni. Altro che capitalismo “immateriale”: dietro l’impalpabilità degli algoritmi o la facciata progressista di Cupertino, c’è la brutale estrazione di materiali e lo sfruttamento del lavoro (il litio del Congo, i turni massacranti dei cinesi di Foxconn che fanno i telefonini). Le nuove piattaforme di distribuzione si basano su lavoratori non tutelati e malpagati (i rider ad esempio). E internet stessa è testimone del free riding capitalista: la rete nasce pubblica ma è stata sempre più privatizzata, finché ogni nostro dato oggi è depredato per profitto. Lo scandalo Cambridge Analytica è solo la punta dell’iceberg di forme di controllo politico e sociale. Il fatto che il settore hi-tech sia declinato soprattutto al maschile non è che la ciliegina di questa indigeribile torta».


Nuovi poteri, vecchie maniere, dice lei. Ma ci sarà pure un’alternativa. Quale? Con chi?


«Io credo nelle ragazze che stanno dando vita a movimenti radicali di sinistra. Credo nel fare rete. La sinistra europea non ha saputo opporsi alla “internazionale delle destre” e le donne sono le prime a risentire della crisi di sistema. Facciano tutte le lotte insieme: femminista, ecosocialista, anti razzista, anti imperialista, anti omofoba. Il capitale punta a dividere i fronti: identità, classe, razza, genere. È dal capitale stesso che dobbiamo emanciparci».

laboratori intempestivi